Yama

Fin quando c’è separatezza, la persona
vede un altro come separato da sé,
sente un altro come separato da sé, 
odora un altro come separato da sé,
parla ad un altro come ad uno separato da sé,
pensa un altro come separato da sé,
conosce un altro come separato da sé.
Ma quando il Sé è compreso come l’indivisibile unità della vita,
chi può essere visto da chi?

Brhadaranyaka Upanisad: in The Upanisads, a cura di Eknath Easwaran

Per iniziare il viaggio nello yoga è importante immergervisi sia con la mente che con il corpo nelle condizioni ideali per raggiungere i livelli più profondi dello spirito.

Gli Yama e Niyama servono proprio a questo. (per gli altri anga vai all’articolo: https://miriamgalli.com/gli-otto-rami-dello-yoga/

Per mettere le basi etiche e morali per praticare lo yoga correttamente e vivere uno stile di vita yogico.
Gli yama sono aspetti che spesso vengono sottovalutati da molti praticanti che vedono nello yoga solo un disciplina fisica, come se fosse uno sport, ma questa filosofia di vita va ben oltre la pratica fisica delle posizioni.

E’ importantissimo conoscere quali sono gli yama ed i loro significato perché è proprio su questi che si basa una pratica corretta e uno stile di vita yogico.

Gli Yama sono il primo “anga” dello yoga e sono i principi etici dello yoga.

Yama, in sanscrito “restrizioni”: i 5 no dello yoga. Sebbene siano visti come una lista di “fai questo e non fare quello” o come una lista di comandamenti, sono in realtà dichiarazioni eloquenti di ciò che siamo quando siamo connessi con la nostra vera natura.

Sono i principi etici e sociali, le regole morali e si riferisce al controllo delle tendenze negative umane, limitazioni. Ciò che limitiamo non sono la nostra propensione all’errore ne tantomeno la nostra innata cattiveria ma piuttosto il nostro considerarci separato dall’altro.
Gli Yama sono cinque regole etiche e morali che puntano a limitare comportamenti dannosi o distruttivi.
Riguardano principalmente i rapporti sociali e con il prossimo.

I cinque Yama sono:

 La si può tradurre come non violenza, compassione, innocuità, non nuocere. Non è qualcosa che si ottiene con la lotta ma qualcosa che già siamo.  Ahimsa inizia con il rispetto per il proprio corpo, che poi viene esteso a tutti gli altri assessori del mondo

Nello yoga è importante è capire che la vita fluisce nelle nostre vene nella stessa forma con la quale fluisce nelle vene di tutte le creature. 
Quando dunque la non violenza è radicata nello yogini (il praticante di yoga), al punto da essere parte della sua natura, svanisce attorno a lui la mutua inimicizia tra tutti gli esseri viventi.

Questa osservanza è radicata nella meditazione.

Anche le azioni, le parole e i pensieri non devono contenere aggressività. Anche essere contenti dei guai altrui è violenza. Si pensa che la non-violenza debba manifestarsi soltanto nell’azione. Sebbene sia già un passo importante non nuocere a se stessi, agli altri e all’ambiente tramite i nostri comportamenti, occorre evitare anche i pensieri negativi che potrebbero provocare danni. Sappiamo che i pensieri influenzano i nostri comportamenti, le scelte, ma anche le nostre emozioni. Se nutriamo pensieri negativi, di odio e che si orientano verso la rabbia, si rischia di trasformare quegli stessi pensieri in azioni reali. Se nella società attuale è praticamente impossibile agire sempre senza violenza , seguire ahimsa significa cominciare un percorso, e se non riusciamo a evitare di fare del male possiamo almeno impegnarci a farne il meno possibile.

La si può tradurre come verità, radicarsi nella realtà, onestà, sincerità. Ė essere degni di fiducia, si basa sulla comprensione che comunicare e agire con onestà è il fondamento di una sana relazione, comunità, forma di governo. Ed ovviamente non solo con l’altro ma anche con se stessi.

Il principio della sincerità è legato a quella della non violenza, in quanto riguarda il dire la verità, esprimersi con sincerità, senza causare danno e dolori ad altri.
Satya ha che fare anche con la parola e con il come usiamo quello che è un dono ossia la parola.

Nella vita quotidiana applicare satya significherebbe in qualche modo:

  • dire sempre la verità
  • riflettere prima di parlare
  • parlare con gentilezza
  • parlare con amore

Verso se stessi e gli altri. Qualora la verità dovesse portare alla violenza, Patanjali stesso mette la non violenza al di sopra della verità, in quanto la riteneva più importante. Questo in parole povere significa che se la verità ci dovesse portare alla violenza, dovremmo evitare la violenza sacrificando la verità.

Nella pratica si può dominare il proprio corpo nella misura in cui si è consapevoli di esso. Se la nostra identificazione con il corpo è completa ci accorgeremo che una volta affrontato l’ostacolo, accettandolo per quello che è, potremmo liberarcene, cosa che non otterremo ignorandolo.

Si traduce come astensione dal furto, non appropriarsi. Perché crediamo nell’abbondanza della vita e siamo generosi, come lei lo è con noi.

In questo caso è da intendersi come non appropriarsi di ciò che non è nostro. Il significato è molto ampio e non si riduce solo al classico non rubare oggetti materiali. Asteya ci invita a non rubare dalla Terra, non rubare agli altri (dalle cose materiali fino alla loro energia o tempo) e non rubare a noi stessi. Siamo i primi ladri di noi stessi quando “rubiamo” dalle opportunità che abbiamo per crescere come persone. Infine, il significato di non appropriarsi in questo caso ci fa ragionare anche sul concetto dell’attaccamento e sulla possessività verso gli altri (ad esempio in una relazione di coppia).

All’interno della pratica possiamo fare il nostro dovere sul tappetino prima di aspettarci i frutti della pratica. Sperimentare il senso di abbondanza nella pratica ma al tempo stesso onorare ciò che non abbiamo tenuto È un modo per esprimere questo principio.

iene tradotto con moderazione, continenza, contenimento dell’energia sessuale. Nel senso di evitare gli eccessi.

Per moltissimo tempo questo ramo è stato identificato con il celibato. In verità, oggi si parla di brahmacharya come indicazioni a non disperdere le propri energie, togliendole a ciò che è importante. L’interpretazione che possiamo fare di questo Yama, per integrarlo nel nostro stile di vita moderno occidentale, è quello di essere moderati e generosi verso sé stessi e verso gli altri.

Per cominciare a coltivare un’attitudine di auto-controllo, puoi cercare di non indulgere nel dormire troppo, nel mangiare troppo, nell’essere eccessivamente stimolato nei sensi: questo accresce il controllo sui tuoi impulsi e ti avvierà sulla strada del controllo delle energie sessuali da un punto di vista fisico, mentale e delle intenzioni.

In senso letterale  Aparigraha significa “non afferrare le cose”; Graha significa “afferrare” e “apari” significa “cose”.
Ma possiamo tradurre con non possessività, non attaccamento. Lasciar andare tutto quello che non ci serve, in primis l’avidità.

Questo Yama ci ricorda che attaccarci a beni materiali e alle persone non fa altro che appesantire la nostra esistenza, andando incontro a esperienze di vita deludenti. Praticare la non possessività ci permette di sperimentare uno stato di libertà e di godere a pieno della vita.
Analizza i tuoi possedimenti materiali e seleziona solo ciò di cui hai veramente bisogno, donando ciò che non ti serve. Cerca di non controllare e di non essere manipolativo nelle relazioni interpersonali. Ricorda ogni sera a te stesso che sei nato nudo e che morirai nudo, le cose che possiedi sono in prestito: le userai per il tempo necessario che ti serviranno e poi, volente o nolente, le dovrai lasciare andare.

Se applichiamo questo concetto alla pratica delle asana del pranayama proviamo a praticare con un atteggiamento paziente che privilegi la stabilità e l’agio piuttosto che il tentativo di realizzare perfettamente alla posizione

Con questo abbiamo terminato i 5 Yama.

Grazie di esser stato con me e di aver letto fin qui. Probabilmente tutto questo ti aiuterà a fare un piccolo punto della strada che stai percorrendo nella tua vita di dove sei e cosa stai facendo. Ti aspetto per i Niyama prossimamente.

Verranno trattati più approfonditamente durante le pratiche di questo mese di Aprile (sabato 10 e sabato 17), se desideri dunque confrontarti e praticare insieme non esitare a contattarmi!

Tutta la vita è vissuta.
Ma chi la vive?

Rainer Maria Rilke

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