Niyama

Yoga è stabilire la mente nel silenzio. 

Quando la mente vi è stabilita, dimoriamo nella nostra natura essenziale, che è coscienza senza legami. Ma subito dopo arriva la cattiva notizia che per la maggior parte del tempo 

La nostra natura essenziale, di solito, è offuscata dall’attività della mente.

Effortless Being: the yoga sutra of patanjali, a cura di Alistar Shearer, Unwin, Londra 1989

Andiamo avanti nel nostro viaggio alla scoperta dello yoga oltre le asana; oggi il secondo ramo dello yoga: Niyama.

Per essere uniti in un’unica essenza e stabilire il silenzio.

Per mettere le basi etiche e morali verso noi stessi (niyama) e verso l’altro (yama) per praticare lo yoga correttamente e vivere uno stile di vita yogico.

Gli yama, abbiamo visto essere i principi etici e sociali, le regole morali e si riferisce al controllo delle tendenze negative umane.
Yama, in sanscrito “restrizioni”: i 5 no dello yoga. 

I Niyama sono precetti di autodisciplina o restrizioni. Queste sono le regole di condotta personale, un mezzo per ottenere il benessere incentrato non più sulla relazione con gli altri ma sull’intimità della relazione con se stessi.

Sebbene, Yama e Niyama, siano visti come una lista di “fai questo e non fare quello” o come una lista di comandamenti, sono in realtà dichiarazioni eloquenti di ciò che siamo quando siamo connessi con la nostra vera natura.

I cinque Niyama sono:

 La si può tradurre come “purezza”

Idea di trattare il proprio corpo come un tempio, coltivando la purezza fisica e mentale.
Il corpo in quanto tempio dell’anima va curato e custodito. Se non è pulito è impossibile avanzare sul proprio cammino spirituale.

Per avere un corpo pulito e puro è importante praticare con costanza asana e avere una dieta naturale ed equilibrata.

Saucha aiuta ad allontanarsi dall’identificazione con il corpo fisico. Quando si impara si può entrare in contatto con la propria essenza: ovvero la parte di noi che è pura e libera dall’invecchiamento, dalle malattie e dalla decadenza. Quando comprendiamo la nostra vera natura eterna, è più facile smettere di sforzarsi di raggiungere la perfezione fisica e riposare invece in una gioiosa consapevolezza (secondo Niyama).

La gioia senza fine

Scopriamo che tutto quello di cui abbiamo bisogno sta nella soddisfazione del momento presente, anche se un momento difficile

Significa contentezza, capacità di accontentarsi. Riguarda il gioire delle cose semplice e belle della natura come il sole, il vento, l’acqua e di tutti i doni che la vita ci dona quotidianamente.

Tutte le pratiche yogiche ti aiutano incredibilmente in questo rendendoti più flessibile e aperto nel corpo e nella mente, portando in te la calma e quiete; in questo modo sarai anche più consapevole dei momenti piacevoli che vivi, per poterne godere.

Per applicare questo principio alla tua vita il primo passo è capire cosa è superfluo e cosa non lo è. Una volta trovato ciò di cui non hai bisogno devi sviluppare l’arte del lasciare andare.

Calore della disciplina che forgia

Il “fuoco” o “calore” della pratica spirituale, diventa un modo per ripulire costantemente la nostra “lavagna” dei residui giornalieri che possono alterare la nostra percezione.

Riguarda l’esercitare la propria forza di volontà, prefiggersi una meta, anche piccola e raggiungerla con la costanza e la dedizione.

Credo il mio preferito ed anche quello che detesto di più…per quanto mi riguarda adoro la disciplina ma alle volte è davvero faticosa. Se non hai un forte perchè non vai da nessuna parte, dunque chiediti perché hai bisogno di tanto, amati, lascia andare ciò che è superfluo e prosegui!

“Distruggere le impurità” nel forgiare corpo e mente grazie a una pratica costante. 

Studio del sé

Tutte le pratiche fatte in tapas richiedono e sviluppano la “consapevolezza autoriflettente”.

Svadhyaya significa studio di se stessi e riguarda l’importanza di sapere chi siamo e di elevare la propria conoscenza.

La felicità è la nostra natura, e non è sbagliato desiderarla. Ciò che è sbagliato è cercarla fuori quando è dentro. Accorgersi di essere felici qui e ora; oggi possiamo dire Mindfulness in una sola parola per capirci meglio. Però, senza la costanza, è difficile osservare se stessi e rivolgere lo sguardo internamente.

Molti insegnanti raccomandano un altro aspetto della svadhyaya: lo studio dei testi sacri, come lo Yoga Sutra, la Bhagavad Gita, il Sutra del cuore del Buddismo o la Bibbia (ricordo che lo yoga è senza religione!).

Poiché è qui che si sviluppa il lato della saggezza. Se si guarda solo al Sé, è facile perdere la prospettiva. Quando si leggono i testi sacri, si legge qualcosa che risuona veramente, e si comincia a capire che tutti gli esseri sperimentano queste cose. 

Abbandono al divino

 Il volgere la consapevolezza verso noi stessi ci ricorda che la vita interiore che andiamo cercando non è più in là del nostro naso. Dunque possiamo vivere nella felicità e dell’appagamento assoluto di tutto quando festeggiamo il fatto di essere vivi e ci abbandoniamo alla vita e a Dio.

In sanscrito Isvara significa abbandono e Pranidhana divino, perciò questo principio significa abbandonarsi all’essenza di ciò che è ed al Divino.

Accettare il fatto di non avere il controllo su tutte le cose. Lasciare andare l’ego, arrendersi, così che la nostra vita esprima tutte le qualità degli yama e dei niyama.

Con questo abbiamo terminato anche i 5 Niyama.
Primi due rami dello yoga, ciò che viene prima di salire sul tappetino!

Mi auguro di essere stata semplice e chiara nella spiegazione di questi concetti. Il difficile a parer mio, come per tutte le cose, non è nel comprenderli con la testa ma nel cuore, farli tuoi e portarli nelle tue abitudini, modi di agire e pensare la parte difficile.

Spero di essere stata chiara e che ti sia di aiuto e riflessione come lo è stato per me approfondirli ancora una volta!

Namasté

Tutta la vita è vissuta.
Ma chi la vive?

Rainer Maria Rilke

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